Il mondo visto con gli occhi di un drago appare diverso…

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La notte scorreva lenta, succube della maledizione millenaria.
Ben nascosta tra i bastioni, una figura scura scrutava il buio intorno a Nachtfels. Vedeva ciò che altri non potevano vedere: la magia che imprigionava il maniero rendendolo inavvicinabile a chiunque, relegato fuori dai confini del Midgard.
Un complesso capolavoro d’arte magica che simile a un’immensa sfera includeva la fortezza e scendeva fin nelle profondità marine, penetrando nel sottosuolo. Una gabbia invisibile composta da un intrico di campi magici posti a sigillare ogni possibile punto d’ingresso o d’uscita.
Si chinò su una pozzanghera, guardò le rifrazioni della luce notturna scintillare silenti e mostrare ciò che gli occhi profani non avrebbero dovuto vedere: lo specchiarsi dell’antica maledizione.
“Intime strutture della natura usate per fissarvi la loro stupida magia. Pensano che sia sicuro… Tutti i punti incatenati tra loro con scrittura magica. Hanno ricoperto il cielo di rune, le antiche lingue segrete … morte. Mai affidare segreti alle cose morte, qualcuno potrebbe conoscerle meglio di chi voleva nascondere e ai morti piace parlare a chi sa ascoltare…”.
Artigli indagatori sfiorarono le pietre del castello.
“Non è magia di druidi … più antica e dotta, al tempo stesso nuova, fusa alla magia dei saggi vati è … qualcosa … che nascondere non si può”.
Si voltò lentamente, occhi di fiamma fecero brillare il riverbero della pozzanghera.
Alitò sulla pozza. Invisibili riflessi di magia presero forma fluttuando nell’aria. Un altro respiro e il fiato li avvolse, si condensò al freddo assumendo i colori della notte, sembrò distendersi e trasformarsi in un nastro. Un artiglio lo sfiorò e prese fuoco.
Il nastro risalì ondeggiando portato dalle correnti, si allontanava eppure restava visibile agli occhi di fuoco.
“Grandi vati certi di avere sigillato ogni cosa… hanno commesso l’antico errore di giudicar vero solo ciò che vedono e sentono. Ogni punto è stato chiuso, ma la mente dice che tra due punti ve n’è sempre un altro e un altro ancora… un infinito che non si può vedere, né toccare… ma usare”.
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