Incipit di Malus Sfida alla Notte

[wdps id=”1″]Ecco, ho deciso di pubblicare a puntate Malus, per cui eccovi l’incipit.

Il racconto del giullare
Ecco, mi presento: sono un giullare e quanti mi conoscono, credo, siano pronti a giurare che sono pazzo. Folle, nel vano tentativo di sfidare la magia col solo ausilio dell’intelletto. Sognatore, perché credo nella grandezza dell’uomo. Maledetto, perché non affido le mie speranze a un raggio di sole. Dannato, perché ho cercato di cancellare i colori dell’arcobaleno, lasciando solo il rosso del sangue. Il mio sangue sulle mie mani.
Eppure, vi fu un tempo lontano in cui fui principe, figlio di grandi re, in seguito presi la spada come bandito, ma le mie armi preferite furon e saranno le parole, messaggere della mia essenza più intima che è sempre stata un’anima di giullare.
Adesso, da questa collina verdeggiante vedo le foglie tremolare come tamburelli al flebile respiro della brezza, e mi torna in mente soave il suono dei flauti, dei liuti, della mia amata arpa, spensierato sottofondo delle corti principesche.
Vorrei potere chiudere gli occhi e abbandonarmi ai bei ricordi, però ogni volta che lo faccio, irrompe nella mia mente il fragore scellerato dei campi di battaglia, lo sguardo spietato dei condottieri con i pugni insanguinati stretti sulle spade ed è inutile negarlo, io ero tra loro, assetato di sangue, incapace di placare il mio odio.
A quest’ora i fianchi della collina si tingono d’oro e i tanti fiori che li ricoprono assumono tinte calde, madide di vita, chinano il capo come a volersi baciare. Sento il loro profumo abbracciarmi, ma non è che un’illusione… nel mio cuore nevica.
Così, come in risposta ad un muto richiamo, ogni sera torno a sedermi sotto questa quercia, rivolto a nord con l’animo proteso verso i confini di questo mondo, verso il funesto Niflar, il Paese delle Nebbie che divide il Midgard, il Mondo degli Uomini dal Mondo dei Morti: l’Hellheimr.
Guardo in lontananza, aspettando di vedere la bruma scivolare fina tra i boschi venirmi incontro, cercando me, figlio del Paese delle Nebbie. Ballavo, cantavo, scherzavo, ma il mio cuore era dominato dalla nebbia, non c’era piacere umano che potesse dissolverla, allontanarla da me. Già, perché all’epoca non volevo ammettere nemmeno questo: la mia natura elfica e non umana.
Alcune evanescenti saghe ci identificano con gli Elfi Neri, ma nelle notti d’inverno, quando la bruma arriva a sfiorare le cime scure degli abeti, il vento canta il nostro antico nome: eravamo i Nibelunghi, adesso siamo pochi errabondi senza terra con un passato che altro non è che una confusa leggenda, persa nella stessa leggenda.
Ed io, solitario principe di una stirpe maledetta che fu artefice della propria tragedia, detentrice di allettanti tesori che tante rovine generarono, cosa spero di potere intravedere nascosto dietro la nebbia? Un amore disperato? I miei crimini? La ribellione estrema?
O è piuttosto il ricordo di quella tragica mattina in cui gli uomini e i loro alleati giunsero così vicini alla fine da potere intravedere la furia dell’Inferno attraverso le sue maledette porte che si stavano aprendo?
Ricordo, che giacevo nel fango imbevuto di sangue e l’alba non veniva. Sopra di me nere ali di corvo, tante da nascondere il cielo. Dalla mia bocca non potevano più uscire parole, affogavo nel mio stesso sangue. E mentre il giullare moriva, il mio cuore batteva forte, non gridava più di dolore, la libertà l’aveva portato via con sé.
Forse vi sto raccontando questa storia, perché penso che sia giunto il momento di tornare indietro nella parte più buia del mio passato e confrontarmi con ciò che maggiormente temo: me stesso.
Riaprirò cicatrici che il tempo non ha potuto sigillare e il cuore non ha saputo fuggire. Sembrerebbe non avere senso, ciò nonostante solo così, forse, riuscirò a ritrovare la mia anima di giullare persa nelle nebbie dell’odio, essa stessa flebile ombra, nebbia tra le nebbie.
Avrei voluto essere un poeta per potere inchiodare le parole alle note, fermarle nel tempo e trasformare questa storia un canto infinito ripetuto da ogni nuova generazione; ma non sono che un assassino, incapace di comporre versi, so solo cantare quelli degli altri, pertanto dovrò limitarmi a narrare i fatti come si farebbe con un amico.
Ancora una volta le parole saranno mio strumento e arma.
Questa, però, non è solo la mia storia, io sono solo uno dei tanti che gli avvenimenti travolgono senza lasciare quasi traccia; personaggi secondari che nei canti dei bardi vengono ricordati in una sola drammatica strofa lunga un arpeggio, quanto basta per lasciare i bambini a bocca aperta e inumidire gli occhi delle dame.
Tempo addietro un vecchio mago e caro amico di nome Gilduin, ripensando a quanto accaduto, paragonò la nostra storia ad un’antica fiaba, che narra di due principi che, per via delle loro eccezionali gesta, ricevettero dagli Dei l’immenso dono di poter esprimere un desiderio: entrambi chiesero l’eterna giovinezza e quindi l’immortalità.
Gli Dei però nella loro somma saggezza, reputando un tale dono troppo grande per dei semplici mortali, posero una condizione e pretesero in cambio l’oggetto più prezioso che avessero.
Al più anziano chiesero la splendida spada Gramr, che gli aveva permesso di salvare le persone più care. Al più giovane, il fiore regalatogli dall’amata al momento dell’addio.
Nessuno dei due principi consegnò agli Dei l’oggetto richiesto, probabilmente in quell’istante entrambi compresero la vanità del proprio desiderio, o forse il prezzo preteso dagli Dei era troppo alto persino per l’immortalità. Fu così che lasciarono i sacri antri del Walhalla per fare ritorno alle loro lontane dimore.
Dopo di loro, però, come nella nostra storia, si presentò agli Dei un giovane drago di nome Penumbra che offrì agli Dei la propria vita in cambio di un fiore… gli Dei sorrisero.
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